
Società, politica, lavoro, marketing, comunicazione: sono legati indissolubilmente.
Se non esistesse uno non esisterebbero gli altri.
Eppure, nel panorama editoriale della comunicazione, la visione è sempre parziale.
Leggendo qua e là si trovano persino dei ragionamenti su quanto una fragranza possa influenzare un “consumatore”, ma sono rari gli articoli che mettono in relazione il marketing con la situazione sociale ed economica di questo paese.
Per esempio, sfogliando Nòva del Sole 24 Ore sembra di essere in America. Si legge di “Micronicchie, megasuccessi, multibusiness”, di “Italia innovatrice che fa l’impresa” e di tante altre belle favole. Mi vengono in mente i congressi di Millionaire.
Allegramente bendati, danziamo in mezzo alla recessione.
Le visioni sono indispensabili, ma quando si portano troppo lontane nel tempo e assumono un tono sempre positivo la realtà viene travisata. In questo modo si rischia di vivere immersi in uno scenario viziato, all’inseguimento di un perenne ideale.
Il mondo della comunicazione e dei comunicatori è davvero così limitato?
Perché dare una visione sempre positiva e proattiva?
Esiste un limite oltre al quale anche il marketing dovrebbe fare una profonda riflessione e riprendere contatto con la realtà contingente.