Se (quasi) tutto ha un prezzo, è anche vero che (quasi) tutto ha una marca.
Ieri sono andato al supermercato, e mentre vagavo tra gli scaffali mi sono reso conto di una cosa ovvia, che ho sempre avuto sotto agli occhi: anche la vita degli animali di cui ci nutriamo ha una marca.
Vita e morte, sullo scaffale diventano prodotto, e quindi brand.
Uccise, vuotate del loro sangue, sviscerate e mattate, le creature vengono confezionate a regola d’arte. Così poniamo nel nostro carrello un pollo con lo stesso gesto riservato alla carta igienica o a un CD. E questa è una trasformazione interessante che modifica la nostra percezione di un valore sacro a molti.
Così la sofferenza della bestia pare che non sia mai esistita. Le crocchette di pollo arrivano sul nostro piatto da un mondo extracorporeo. Sono state partorite dall’estatica, perfetta macchina aziendale e giungono al nostro palato vergini da qualsiasi bruttura.
Il nostro morso è spensierato e il sacrificio non verrà mai consumato.
Ma se le avessimo uccise con le nostre mani, le creature, le
mangeremmo con lo stesso spirito? La coscia di pollo varrebbe solamente
un paio d’Euro, o un paio d’Euro più qualcosa che mi tocca dentro?
E penso alla preghiera che qualche cristiano recita prima del pasto, o
ai riti tribali sempre meno diffusi qua e là nel mondo, dove si
ringrazia madre natura per avere preso.
Queste riflessioni non nascono con l’intento di convincere chicchessia a chinarsi di fronte allo scaffale, cantando come un indiano prima di mettere Crick&Crock nel carrello. Sono solo l’invito a un livello di consumo più consapevole.
E’ meglio spendere qualche soldo in più e acquistare vite da un’azienda attenta a determinati valori etici. Scegliere di mangiare un pollo coscienti del fatto che una volta era vivo, sapere che non ha vissuto in condizioni penose, o che non è stato riempito di antibiotici, darà un altro sapore ai nostri pasti. In tutti i sensi.