La condivisione delle informazioni e il relativo popolamento di database sempre più ricchi e complessi è in grado di restituirci esperienze trasversali stimolanti.
Amazon, per esempio, nel momento in cui cerchiamo informazioni sul titolo di un libro ci fornisce dei consigli molto utili su altri libri in qualche modo correlati al nostro. Allo stesso modo il blogroll di un amico ci porta a conoscere altri blog che parlano, più o meno, dello stesso argomento.
E' un sistema sicuramente utile e fluido, non ne farei più a meno, ma per certi versi ha un difetto: rimane autoriferito e ancora troppo orientato al marketing, all'obiettivo.
Prendi le tag cloud, per esempio, sono così affascinanti, ma anche terribilmente selettive ed esclusive. Sembra la Sparta delle parole. Solo le più grosse riceveranno in dono l'attenzione del visitatore.
Questa riflessione ha preso forma ieri. Cercavo delle informazioni riguardanti Drupal e mi sono trovato, in modo del tutto casuale e fortuito, sul blog di Matteo, un bibliotecario che parla di piccole cose semplici e piacevoli, come i libri per bambini. La sua scrittura è rilassante, non è mai banale, e ti fa sentire subito il benvenuto.
Per me è stata una specie di rivelazione. Ho aperto gli occhi sul fatto che da troppo tempo le mie ricerche in internet erano diventate monotematiche. Solo marketing, sempre marketing.
Non sarebbe bello che i sistemi informatici inventassero, insieme ai vari AdSense, blogroll, tag cloud e argomenti correlati, anche una specie di NoSense? Ma sì, dai, creiamo un piccolo riquadro nella sidebar, dove proporre argomenti molto diversi e poco correlati ai nostri contenuti.
Una finestra sullo schermo dove fuggire quando si è stanchi di cavalcare lo stesso flusso di informazioni.
Sono convinto che la legge di Pareto valga anche per l'apprendimento. Gira e rigira, di tutte le nozioni che si leggono qua e là, tra manuali e internet, solo il 20% risulta veramente indispensabile.
Ecco, nel sito della Sun ho scovato quel 20% sulla scrittura per il Web. Solo succo concentrato.
Buona lettura.
Ma la navicella Google non può andare dappertutto.
Incoming link.
Nella galassia dei bit ci sono luoghi che non abbiamo ancora scoperto.
Outgoing link.
Ci sono esplosioni di supernove che nessuno vedrà mai.
E’ un continuo divenire.
Zero uno.
Uno.
Zero.
Onda e particella.
Mantra buddista.
Samsara.
Questo blog, i suoi link, le tracce dei passaggi.
Probabilmente si annienteranno, o lasceranno poche tracce.
Cache, per qualche giorno.
Poi luogo non trovato. Ma pur sempre esistito.
Esistito e non trovato allo stesso indirizzo di sempre.
Ma se nulla si crea e tutto si trasforma, l’equilibrio rimane.
Anche nella rete?
Namaste.
Realtà virtuale. In questa parola c’è qualcosa che non quadra.
Ogni volta che ci immergiamo in quella che qualcuno chiama realtà virtuale ci troviamo in un ambiente surreale, definito male, popolato da creature dall’aspetto demenziale che si muovono poco meglio del Ken quando gli si schiaccia il bottone sulla schiena. Ma allora che realtà è?
E’ piuttosto una creazione di ambienti e personaggi ibridi a metà strada tra il reale e l’immaginario. E’ un trucco voluto per farci dimenticare la ricerca della realtà tout court a favore di una rappresentazione fantastica, dove grazie alla fantasia è più facile immergersi e immedesimarsi.
Ma cosa succederebbe se la tecnologia ci permettesse di riprodurre la realtà, per esempio quella di casa nostra? E se avessimo abbastanza banda, e processori così potenti da viaggiare fluidamente? E un casco virtuale e anche un paio di accessori studiati ad hoc per dimenticarci del qui e ora a favore del là e ora?
La realtà virtuale sarebbe davvero servita.
Tra 50 anni non avremo più bisogno di fingere.
Prenderemo una macchina fotografica collegata a un computer e al relativo software, ci scatteremo qualche foto e saremo subito riprodotti fedelmente all’interno del simulatore. Poi, con qualche scatto alla nostra abitazione, saremo in grado di riprodurre il salotto e la camera da letto. Il televisore-radio-PC trasmetterà veri palinsesti all’interno dello stesso ambiente virtuale. Palinsesti da godere insieme ad amici di tutto il mondo. Amici veri che verranno a trovarci virtualmente, nella nostra vera casa virtuale.
E quando Yuko di Tokyo potrà finalmente, e non virtualmente, abbracciare Salvatore di Pantelleria, conosciuto in Piccadilly Circus di Second Life, allora le sue parole non saranno “ti immaginavo più alto!” o “pensavo fossi un uomo!” ma “sei proprio come in Second Life“.
Assegnare ai propri link parole come clicca qui, leggi qui, qui o vai è un errore a scapito dell’usabilità, dell’accessibilità, e rende meno efficace l’indicizzazione della pagina che avete scritto e quella che volete collegare.
Quando penso all’indicizzazione non mi riferisco solo al pagerank, ma anche alla costruzione del tessuto semantico del villaggio globale e, se vogliamo filosofeggiare, della sua intelligenza connettiva.
Per capire cosa pensa Google ogni volta che usi una parola vuota per un link: clicca qui.
Conosciamo tutti l’importanza del suono in ogni forma di comunicazione.
Musica, parlato, effetti speciali e ambientazioni si esprimono meglio grazie a dei professionisti dedicati. Spesso le figure professionali impegnate sono più d’una per ognuna di queste forme che, tra l’altro, si possono sovrapporre fra di loro.
I campi di applicazione sono tanti e l’argomento è sconfinato.
Nel Web il suono non ha ancora ottenuto le dovute attenzioni, almeno per quanto riguarda la media dei siti che visitiamo ogni giorno.
Dando uno sguardo approssimativo al passato si può affermare che il massimo uso di effetti sonori è stato raggiunto in concomitanza con il boom di Flash. Clic, zip, swoop, squeeze: molti designer si sono sbizzarriti nella ricerca dell’effetto a tutti i costi. Hanno ottenuto ottimi risultati ma anche molti sovraccarichi e peti elettronici.
Ora ci siamo accorti che non sempre Flash è la tecnologia più indicata per costruire un sito. I veri professionisti del Web hanno vissuto la grande abbuffata di sofisticazioni e ora si sono presi sana pausa di riflessione.
Finalmente possono fare ordine nella cassetta degli attrezzi per capire meglio quando e come usare le innumerevoli tecnologie a loro disposizione.
Il suono, dosato con intelligenza, è un grande alleato della pagina Web. Ma il suo uso va ponderato con attenzione.
Prendiamo l’esempio del signor Rossi . Egli deve compilare un documento di Excell ma non ha resistito alla tentazione di dare una sbirciatina al minisito della sua nuova auto, quella che gli verrà consegnata tra un paio di giorni.
Il suo capoufficio, il signor Bianchi , ha sentito quello swaaash improvviso provenire dal quel computer. E ora Rossi morirà di mobbing .
Credo che l’audio di un sito non debba attivarsi con il caricamento della pagina, ed eventualmente essere escluso con l’apposito pulsante. Sostengo che fare il contrario sia più rispettoso nei confronti dell’utente.
Caricare la pagina Web nel silenzio, ed eventualmente dare al navigatore la possibilità di approfondire la sua esperienza con l’audio sarà più gentile.
L’utenza Web, ricordiamolo bene, non vuole essere trattata alla stregua di quella televisiva. Questa è una condicio sine qua non valida soprattutto per un pubblico di riferimento di profilo medio-alto.
Sarebbe molto bello se nella rete si facesse più spazio ai sound designer, quelli veri.
Sicuramente ci si allontanerebbe dalle solite scelte di musica ed effetti.
C’è molta ricerca da fare nel campo delle ambientazioni e dei sottofondi sonori. Strumenti potentissimi per l’ottenimento di una più intensa brand experience.