Suona bene o stona il riassunto di fine anno di Spotify?

In questi giorni chi utilizza Spotify ha ricevuto una mail con un po’ di dati e le classifiche degli ascolti fatti durante l’anno. È arrivata anche a me e mi ha fatto piacere, anche perché Spotify è una delle poche aziende online che pur avendo il mio indirizzo non si fa prendere la mano con gli invii.

L’idea è di quelle che mi piacciono, ovvero è semplice e fa il suo lavoro senza troppi effetti speciali. Centra un obiettivo quantitativo e uno qualitativo: riattivare eventuali utenti dormienti e comunicare empatia agli habitué della piattaforma.

Ecco due punti della comunicazione che secondo me sono interessanti, uno in senso positivo, l’altro in senso negativo.

Un insight stimolante: affacciarsi sull’insolito.

È un’idea che avevo in testa anch’io da un po’, e prima o poi qualcuno ci sarebbe arrivato. Gli algoritmi ci propinano sempre le stesse cose. I vari “potrebbe piacerti anche” degli e-commerce – ma anche quello di Youtube – da una parte restituiscono un favore e ci suggeriscono contenuti affini, dall’altra appiattiscono il nostro orizzonte culturale portandoci a una dieta monotematica.

Abbiamo creato una playlist con brani di generi e artisti che solitamente non ascolti.

Con questa logica Spotify introduce lo stimolo all’esplorazione e alla scoperta. Un insight forte quando si parla di musica, e lo sarebbe altrettanto per il mondo dell’abbigliamento. Lo stesso meccanismo aggiungerebbe un po’ di divertimento a siti come Yoox o Zalando.

Magari, con un po’ di fantasia e ricamandoci sopra a dovere, potrebbe diventare una value proposition su cui costruire un sito intero.

Un insight forte usato male: se non pubblichi non esisti.

Purtroppo è così. Spesso l’esperienza condivisa online diventa più importante dell’esperienza vissuta. Per amore della condivisione social ci si perde attimi di vita. Ci siamo passati tutti: (non) vivere un momento in funzione del suo esibizionismo digitale.

Ma se non ne parli sui social, lo avrai fatto davvero?

Questa è una leva potente usata male. È la faccia diseducata e diseducativa del marketing. Una caduta di stile che avrebbe meritato una tirata d’orecchie al copywriter che l’ha pensata.

Qualsiasi insight ha un potenziale buono e uno cattivo. Sta alle aziende scegliere da che parte andare.

Spesso la strada più facile è quella che fa presa sulle debolezze degli utenti e che porta risultati nell’immediato. Scegliere una via virtuosa è faticoso, ma non è impossibile, e sul lungo periodo costruisce una marca più solida.
Anche nei dettagli di una mail spedita a fine anno.

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