
Partecipare a un rave abusivo significa saltare in un’altra dimensione.
Tutto è precario e transitorio nelle 12 o 72 ore in cui l’evento si consuma.
Nasce spontaneo un microsistema sociale ed economico il cui modello si trova a cavallo tra la tribù e la civiltà moderna. Qualsiasi esperienza di consumo o baratto è legata unicamente ai bisogni primordiali di nutrimento, piacere e comunione.
In un rave abusivo le marche non hanno nessun potere. Il clima di autarchia apparente non lascia spazio ad alcun tipo di brand experience .
Sottoterra il logo non riceve ossigeno. Il ciclo del marketing si interrompe e le regole vengono ridisegnate.
Nella fabbrica abbandonata un tempo rumoreggiavano gli ingranaggi della catena di montaggio. Ora, quasi per l’effetto di un’implosione destrutturante, le colonne portanti del mercato sono crollate, e al loro posto sono arrivate le casse e i tamburi. Ci troviamo agli antipodi del commercio.
Non è una galassia isolata. E’ pur sempre un sistema che attinge nutrimento dal sistema contenitore, che è la società. Però ne prende i simboli e li trasforma a proprio uso e consumo.
E’ una specie di re-impasto, una creatura che rimescola i suoi geni nascendo sotto forme sempre nuove. Una reazione chimica che crea una sostanza con caratteristiche completamente differenti da quelle che l’hanno generata.
Un rave è un’incursione all’origine delle mode e dei consumi. E’ una nicchia dove nascono impulsi che si propagano in superficie fino a raggiungere i grandi sistemi del mercato.
A volte si trasformano in trend. Altre volte svaniscono come cerchi nell’acqua.
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